La felicità…ha un’età: la “terza”

Recenti ricerche dimostrano che gli anziani sono più abili dei giovani a godersi la vita

Si è sempre pensato che la giovane età fosse sinonimo di felicità, ma ricerche recenti sfatano questo mito, affermando che gli anziani sono più felici dei giovani. A dirlo è uno studio condotto dall’università di Maastricht, secondo il quale la curva della felicità subisce un declino alla fine dei vent’anni, per poi risalire solo dopo i cinquanta. Bert van Landeghem, uno degli autori, paragona la profondità della diminuzione della felicità, dopo i venti anni, a quella che si presenta dopo aver perso il lavoro. La spiegazione di questo calo è data dal fatto che i giovani trentenni di oggi si trovano ad affrontare la disillusione di tutte le aspettative: ormai adulti, vivono in un empasse, in cui da un lato c’è una routine caratterizzata da responsabilità che spesso sono fonte di stress, e dall’altra la prospettiva di un futuro incerto, incrementato dalla crisi economica degli ultimi tempi. Questo però non vuol dire che gli ultra 50enni abbiano una vita migliore dei 30enni: quel che migliora è la consapevolezza. Le aspettative sul futuro si riducono, e conseguentemente si giunge ad apprezzare maggiormente quel che si ha. “Chi si accontenta gode”? Ebbene, pare di si: è proprio con l’accontentarsi che si inizia a godersi la vita.

Un dato confermato anche dallo studio condotto dall’ American National Academy of Sciences su un campione di 370mila persone, che ha riscontrato il picco della felicità intorno agli ottant’anni. Questa scoperta probabilmente renderà meno paurosa la vecchiaia che, in genere, viene associata alla perdita della forza fisica, dell’agilità, della rapidità mentale, dell’aspetto gradevole, ma anche delle persone care e dei propri ruoli sociali. L’invecchiamento infatti, come queste ricerche sembrano confermare, non porta con sé soltanto perdite ma anche conquiste; da “vecchi” si diventa più saggi, più equilibrati e più capaci di godere il momento presente, ed è proprio questo che dona la felicità.

Ma cosa si intende per felicità? Molti hanno cercato di darne una definizione ma in realtà si tratta di un processo talmente complesso che vede implicati una pluralità di elementi di varia natura: fattori di personalità, genetici, ambientali e esperienze personali. Dagli studi psicologici in merito, pare che alcuni tratti caratteriali e alcuni aspetti ambientali favoriscano il raggiungimento della felicità: l’estroversione, la fiducia in se stessi e l’instaurare relazioni intime con amici e familiari. L’avere una vita sociale attiva, infatti, garantisce la possibilità di essere felici; anche alcuni comportamenti sembrano essere “felicitanti”: chiacchierare, stare con gli altri, coltivare l’amore.

D’Urso e Trentin elencano una serie di attività e di atteggiamenti che favoriscono uno stato di benessere, tra cui: non attribuire interamente a noi stessi la responsabilità degli eventi spiacevoli che ci capitano, stare in compagnia di persone felici, fare esercizio fisico, non confrontare la nostra condizione (salute, bellezza, ricchezza ecc.) con quella degli altri, individuare quello che ci piace nel nostro lavoro e valorizzarlo, curare il corpo e l’abbigliamento, non trarre conclusioni generali dagli insuccessi, fare una lista delle attività che personalmente ci fanno stare di buon umore e praticarle, e non fare progetti a lunga scadenza. Seguendo queste strategie forse riusciremo ad essere felici; e qualora non dovessimo riuscirci avremo tutta la vecchiaia per esserlo.

Simona Esposito

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