Sigmund Freud, archeologo della mente

Una foto d'epoca dello psicoanalista con l'immancabile sigaro

Dire Sigmund Freud è dire psicoanalisi.
Un nome risaputo, usurato, talvolta usurpato. Citato, a ragione o a sproposito, nei più improbabili discorsi, ormai entrato a far parte della cultura di massa dell’Occidente moderno. Pensare a Sigmund Freud equivale a pensare alla sua opera magna. Un nome che, non a caso, è evocativo e ricco di rimandi (inconsci), simbolo di un mondo affascinante e a molti sconosciuto, di cui egli fu scopritore e in qualche modo creatore.
Accade molto spesso che un uomo venga confuso con la propria opera, soprattutto quand’essa assume proporzioni mastodontiche: e l’opera freudiana segnò davvero una rivoluzione “paradigmatica”, per dirla con Kuhn, scalzando l’essere umano dall’ultimo dominio rimastogli dopo le scoperte di Copernico e Darwin: il baluardo della coscienza. Se già l’essere umano moderno era stato costretto ad abdicare alla centralità della sua Terra nell’universo, e della sua razza nella storia dell’evoluzione della specie, con l’avvento della psicoanalisi, “l’Io non è più padrone nemmeno in casa propria”. Freud è la psicoanalisi.
Ma chi era davvero l’uomo Sigmund Freud, e come giunse alle strabilianti scoperte che portarono letteralmente alla luce un mondo allora sommerso, restano questioni troppo spesso trascurate. Freud il padre della psicoanalisi, Freud il divino, il mito: nessuno si ricorda di Freud l’uomo, con le sue debolezze e le sue paure, le sue ansie e i suoi coni d’ombra. Perché, in fin dei conti, Sigmund Freud fu un uomo come tanti. Geniale, certo. Ma niente più che un uomo. Dilaniato dai suoi conflitti, torturato da dubbi che nemmeno l’auto-analisi – in buona parte resa possibile da un’intensa, transferale corrispondenza con F. Fliess – riuscirà a dirimere. Costretto, come tutti, a riconoscere di avere dei limiti, sia personali – che saranno causa della rottura con Jung, suo discepolo, quando Freud rigetterà le interpretazioni che l’allievo fece dei suoi sogni  – che professionali – per sua stessa ammissione, la sessualità femminile resterà una zona oscura, “il continente nero” della psicoanalisi – invalicabili.

Sigismund – poi Sigmund – Schlomo Freud (1856-1939) nasce in Moravia, regione dell’Impero austro-ungarico, da una famiglia di commercianti ebrei, spinta dalla crisi economica a migrare verso Vienna quando il piccolo Sigmund ha solo quattro anni: qui l’antisemitismo, dilagante già cinquant’anni prima di Hitler, lascerà un solco profondo nell’animo del giovane Freud, costretto a fare i conti con la sua appartenenza e deciso a emanciparsi dall’etichetta di passiva rassegnazione attribuita alla sua stirpe. Sigmund è intelligente, intraprendente, deciso a dimostrare quanto vale: liceale brillante, si iscrive alla facoltà di Medicina dove non tarda a scontrarsi con l’incompetenza di alcuni docenti, ritardando notevolmente i suoi studi. Laureatosi si getta immediatamente nella ricerca: va a Londra, dove studia le teorie darwiniste che costituiranno un substrato sempre latente nelle sue teorie, lo zoccolo duro invalicabile per la psicoanalisi. Ma la zoologia non lo soddisfa: tenta la strada della neuro-istologia, che si rivela però troppo lunga e poco remunerativa per un giovane innamorato – frattanto ha conosciuto Martha Bernays, sua futura moglie – che aspiri all’indipendenza economica.
Non certo la necessità, bensì caso è pieno di magia, scrive M. Kundera; e l’incontro tra Sigmund Freud e la psichiatria avviene appunto per pure contingenze. Quando Freud accetta un posto all’ospedale psichiatrico di Vienna per la semplice ragione che è ben pagato e gli permetterà di sposarsi, la psicoanalisi ancora non esiste, né il giovane medico può immaginare di essere destinato a diventarne fondatore. Molti ancora saranno gli incontri e gli scontri, più o meno fortuiti, che porteranno alle geniali intuizioni, madri della psicoanalisi: l’incontro con la cocaina, consumata prima per fini di ricerca, poi per dipendenza; l’incontro parigino con Jean Charcot, con l’ipnosi e le isteriche, cui Freud deve buona parte delle sue intuizioni sull’esistenza di una sessualità infantile e sui processi di rimozione dei contenuti inconsci inaccettabili. Ancora, l’incontro con Joseph Breuer e Anna O., che segnerà la genesi del metodo delle libere associazioni, cardine centrale dell’Interpretazione dei sogni, procedimento più duraturo e affidabile dell’ipnosi; oppure l’incontro con Gustave Jung e Sabina Spielrain, il cui amore gli fornirà spunti inestimabili per l’elaborazione del concetto di transfert – una sorta di vero e proprio “innamoramento” terapeutico che la paziente sperimenta nei confronti dell’analista – e poi contro-transfert.
Quando a cinquantatre anni (1909) approda negli Stati Uniti, Sigmund Freud è un luminare stimato – nonostante la rottura con Jung e la successiva frammentazione della psicoanalisi in molteplici correnti sia dietro l’angolo –, la sua opera è giudicata rivoluzionaria dai più svariati ambienti psichiatrici e non solo. Anche l’arte si ispira alla musa Psicoanalisi: dalla pittura – basti pensare a quanto il Surrealismo sia animato dalle teorie freudiane – alla letteratura, numerosi sono gli artisti che iniziano a riflettere sulle rivelazioni freudiane. I tempi sono maturi, è una vera e propria rivoluzione paradigmatica. Innescata dall’opera di un solo uomo. Un uomo che aveva paura di viaggiare e non riusciva a smettere con i sigari. Un uomo incapace di abbandonare la cocaina, nemmeno dopo il tumore alla mascella. Un uomo debole, tutto sommato. Un uomo. Che però ha saputo trasformare le sue e le altrui debolezze in una fonte inesauribile di spunti, portando alla luce, come un vero e proprio “archeologo” della mente, i più profondi e inaccettabili segreti della natura umana.
La scelta del nome psico-analisi non è casuale: perché la capacità più spiccata, il tratto distintivo che in assoluto contraddistinse l’uomo Freud, fu proprio quella spinta ad “analizzare” la realtà senza fermarsi alla superficie percepibile, ma scendendo nei meandri inesplorati senza paura di trovarvi verità scomode. Una “pulsione epistemofilica” tanto bruciante da superare le sue stesse resistenze, facendosi egli stesso un umano e imperfetto oggetto di indagine, da cui estrarre meccanismi universali. Ogni esperienza vissuta diventa per il ricercatore spunto di osservazione, uno stimolo alla ricerca stessa. Così, perfino la sua passione per l’archeologia, l’antichità greca e lo studio della Bibbia divengono spunti per saggi psicoanalitici; e quando un uomo riesce, solo o quasi, a sintetizzare tutto ciò che vive nell’arco della sua esistenza, passioni e dolori, piaceri e difficoltà, in una teoria unitaria e compatta, grandiosa e perfetta nonostante le sue grinze, e a ottenere il plauso di un’intera società, ebbene siamo di fronte a un genio come pochi. Un primato che nessuno, a distanza di oltre cent’anni dalla nascita della psicoanalisi, è stato ancora in grado di usurpare, né tantomeno di negare a Sigmund Freud.

Giuliana Gugliotti

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