Prisoners, la recensione

Prisoners, thriller con protagonisti Hugh Jackman e Jake Gyllenhaal.

Prisoners, thriller con protagonisti Hugh Jackman e Jake Gyllenhaal.

Prisoners è un thriller dai toni cupi e drammatici uscito nelle sale cinematografiche italiane il 7 novembre. Diretto dal regista canadese Denis Villeneuve, giunto al suo sesto lungometraggio, la pellicola ha ottenuto apprezzamenti e critiche positive da giornalisti americani e italiani, tanto che si potrebbe azzardare una qualche nomination agli Oscar. Già 3 anni fa Denis Villeneuve aveva stupito la giura degli Academy Awards presentandosi con la pellicola “La donna che canta”, nella categoria come miglior film straniero. Questa volta ritorna con un thriller ben confezionato sceneggiato da Aaron Guzikowski e con un cast di attori eccellenti: Hugh Jackman, Jake Gyllenhaal, Viola Davis, Maria Bello, Terrence Howard, Melissa Leo e Paul Dano, il tutto sorprendentemente reso forte da una fotografia bellissima, diretta da Roger Deakins. La storia raccontata da Villenueve non è di certo una storia originale, ma gioca sulla capacità interpretativa degli attori, sui loro volti straziati dal dolore, sull’inquietudine e un senso profondo di tensione che accompagna lo spettatore in ogni singolo fotogramma.

Trama: E’ il giorno del ringraziamento e in una tranquilla cittadina della Pennsylvania due famiglie e i loro rispettivi figli stanno celebrando serenamente la ricorrenza. Improvvisamente quella che doveva essere una giornata di svago e divertimento si trasforma in un dramma. Anna Dover e Joy Birch, due bambine di sei e sette anni scompaiono senza lasciare tracce. Sono state rapite. Ma da chi? Il padre di Anna, Keller Dover (Hugh Jackman), un umile falegname molto devoto ma risoluto, decide di mettersi alla ricerca delle due bambine scomparse. Dapprima inizia una battuta di caccia nel bosco circostante le due abitazioni, poi concentra le sue attenzioni su un camper bianco che sostava, sospetto, nelle vicinanze della casa poco prima che le bambine scomparissero. Successivamente allerta la polizia che, interrogati i familiari, non riesce ad ottenere tracce utili su come ritrovare le bambine. Il padre di Anna, deciso a farsi giustizia da solo, intralcia il lavoro dell’agente incaricato di occuparsi del caso (Jake Gyllenhaal). Quando quest’ultimo trova il guidatore del camper bianco, il presunto responsabile, senza che vengano a galla nuove prove che possano provare che è lui il rapitore di Anna e Joy, è costretto dal suo superiore a rilasciarlo. A quel punto Keller rapisce il ragazzo, convinto che lui conosca dove sono state portate le due bambine, e lo tortura per farsi dire dove sono sua figlia e l’amichetta.

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Nella piovosa e grigia Pennsylvania si consuma un dramma che investe due tranquille famiglie di amici. Ed anche la fede, che sembra essere uno dei perni fondanti della pellicola (ci fa compagnia fin dalla prima sequenza) tende a vacillare quando i genitori delle due bambine sono costretti a dover affrontare la scomparsa delle loro figliolette. Così da una trama esile o alquanto banale ci si concentra sull’escalation di tensione, sensi di colpa e agitazione che animano ogni membro della famiglia, ciascuno costretto a doverne fare i conti. Il dolore per la scomparsa di un figlio viene affrontato da ciascun protagonista in modo diverso: la mamma di Anna cade in un profondo stato di depressione e incoscienza provocata dall’abuso di farmaci che utilizza per addormentarsi, di contro Keller, uomo profondamente devoto che non lesina a sciorinare continue preghiere si trasforma in un uomo pronto a tutto pur di riavere la propria figlioletta, anche quando le sue azioni non sono per nulla quelle di un perfetto credente.

 Hugh Jackman e Jake Gyllenhaal offrono due belle interpretazioni che ci fanno riflettere sul senso di smarrimento che spesso ci accompagna, soprattutto quando ci troviamo imbrigliati in una vicenda che sembra senza via d’uscita. Non a caso il labirinto, simbolo centrale e determinante per venire a capo della vicenda, richiama quel senso di claustrofobia e inquietudine – espediente ben utilizzato da sceneggiatore e regista – che ci tiene con gli occhi incollati allo schermo per ben 153 minuti. Hugh Jackman nelle vesti di un padre tormentato dal rapimento della sua adorata figlia incarna l’uomo che è disposto a farsi giustizia da solo laddove la legge sembra aver fallito. Villeneuve vuole altresì mandarci un messaggio. Ovvero anche un uomo di chiesa e che sembra essere un integerrimo credente può trasformarsi in un crudele individuo che, se toccato nelle cose care, come la famiglia, è incapace di agire con raziocinio. Difatti Keller non esiterà a rapire il ragazzo che sembra essere l’unico sospettato, torturandolo ferocemente e tenendolo prigioniero. Ma il tormento interiore per il suo agire viene fuori in quei rari momenti in cui si aggrappa a Dio e alla fede, come a chiedere perdono per i peccati commessi.

E la fede ritorna sempre, quasi con fare opprimente, anche in quei pochi fotogrammi accompagnati da musica di chiesa. Tutto ciò serve a illustrare il percorso di redenzione e pentimento di ogni personaggio, ciascuno perso in uno smarrimento individuale.

A fronteggiare Keller c’è l’agente di polizia interpretato da Jake Gyllenhaal che, lontano dall’idea del poliziotto scrupoloso e dedito con passione al suo lavoro, si trova immischiato in un caso di rapimento. Pur tuttavia lui sembra essere l’unico a voler venire a capo della vicenda. Così, a metà strada tra un investigatore e un giornalista, il poliziotto/eroe riesce a mettere insieme i vari tasselli della vicenda e risolvere il caso prima che sia troppo tardi. Nota stonata dell’intera pellicola è la facilità con cui lo spettatore (anche uno spettatore non ben attento) riesce ad intuire il colpevole molto prima dei titoli di coda. Nonostante l’effetto spoiler il thriller è in grado  di lasciarci con il fiato sospeso e in tensione fino all’ultimo fotogramma senza mai annoiare.

Maria Scotto di Ciccariello

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