Intervista a Vito Lops parte prima

Intervista a vito lops parte prima

Sono nella sede di Milano de ―Il Sole 24 Ore

Questo é  il primo di tre appuntamenti in cui parlero’, assieme al Dott. Vito Lops ( giornalista economista), di temi e problematiche economico- finanziarie, relative ai metcati globali e globalizzati.

al giornalista esperto in problematiche economiche finanziarie relative ai mercati globali,.

Salve Dott. Lops la

ringrazio in primis, per la gentile disponibilità e cortesia.

Dott.Lops, in un contesto storico che vede i mercati esposti alla sfida della globalizzazione, la cui regolazione giuridica appare avviata verso 

un assetto unitario che cancella differenze e omologa i mercati entro modelli/ iter comuni o meglio traccia nuovi standard che ne 

attraversano le differenze chiamando queste ultime a interagire tra loro.

Qual è il rapporto tra diritto e mercato e in che termini si può parlare di uno statuto giuridico del mercato?

Salve a lei Dott. Diomaiuto, ringrazio io lei per le interessati domande che sta per pormi; ebbene, samo, molto semplicemente, in una fase di transizione dalla democrazia

alla corporatocrazia.

La democrazia, intesa come governo di una nazione a sovranità

popolare, nei Paesi occidentali ha vissuto il suo momento più alto dal ‘45 al 75, il cosiddetto Trentennio glorioso.

Dopodiché, il concetto di democrazia ha iniziato a trasformarsi, man mano che il processo di

globalizzazione economica ha conquistato la scena.

L‘elemento chiave è stato l‘abolizione delle barriere alla circolazione dei capitali e l‘apertura globale degli scambi finanziari.

Questo ha consentito ad alcune società private di crescere a dismisura consolidandosi come

multinazionali.

Oggi ci sono società, come ad esempio la Apple di Tim Cook che capitalizza in Borsa oltre 600 miliardi di dollari, che hanno un valore dimercato superiore al Prodotto Interno Lordo di alcuni Paesi.

In questo contesto – per certi versi paradossale – può quindi accadere che l‘amministratore delegato di una società privata abbia una maggiore

forza contrattuale di alcuni capi di governo. Quando questo accade, la democrazia non può che ammettere di aver ceduto il passo alla

corporatocrazia; in altre parole alla predominanza degli interessi delle multinazionali (focalizzati esclusivamente sull‘accrescere gli utili per gli

azionisti) su quelli di un governo (il cui obiettivo dovrebbe essere quello di tutelare lavoro e diritti dei propri cittadini al fine di garantire un livello

di benessere corrispondente al Pil potenziale di quel Paese).

Allo stesso tempo, riscontriamo oggiun‘omologazione dei mercati (beni

e servizi offerti) in tutte le aree del globo, come ulteriore prova dell‘espansionismo crescente delle corporation, sempre più in grado di stringere accordi con i governi nazionali al fine di trovare nuovi mercati di sbocco per i propri (standardizzati) prodotti.

Il processo di globalizzazione ha quindi profondamente influenzato negli ultimi anni il rapporto tra diritto e mercati, laddove il mercato continua a riscrivere i diritti a sua immagine e somiglianza.

Per pescare nella stringente attualità, negli ultimi mesi è in corso un serrato negoziato tra Stati Uniti e Unione europea per l‘approvazione della direttiva Ttip (Transatlantic and trade investment partnership).

Un trattato volto al libero scambio tra le due aree (che sommate rappresentano circa la metà del Pil mondiale).

Se questo trattato fosse approvato senza modifiche, non sarebberoabolite solo barriere e tariffe doganali, ma sarebbero rimosse anche

differenze di regolamenti, standard su prodotti e regole sanitarie, e via dicendo.

I cittadini dell‘Ue, che finora mantiene controlli molto più rigidi ad esempio sui prodotti alimentari imponendo delle etichette molto dettagliate su provenienza, ingredienti, ecc. – troverebbero al

supermercato prodotti con etichette più povere di informazioni.

In questo

modo sarebbe più difficile distinguere un prodotto ―sano da uno

―industriale.

Senza modifiche al testo al fine di rendere la direttiva virtuosa, il commercio globale ne gioverebbe, ma ci sono dubbi sul fatto che ne

gioverebbero anche salute e diritti dei cittadini europei; ma non c‘è nulla di strano in tutto questo.

La globalizzazione fa il suo corso.

Se governi o aree economiche sovranazionali – com‘è oggi l‘Unione europea – non pongono dei freni, la globalizzazione avanza inesorabile

proponendo il suo modello e i prodotti offerti dall‘oligopolio di multinazionali oggi esistenti a chiunque.

Barriere doganali o leggi nazionali che promuovono regole e standard differenti devono essere rimossi al più presto.

Questo è il mantra della globalizzazione.

Ma di là da questioni etiche – per cui questo mantra potrebbe essere ritenuto alquanto opinabile – ci sono due fattori che dimostrano che

questo modello di globalizzazione oggi imperante, quello che sta trasformando le democrazie locali in una sorta di corporatocrazia globale, potrebbe essere messo a dura prova.

Il primo riguarda i limiti fisiologici di un modello fortemente mercantilista.

Il mondo – per quanto vasto – è un‘economia chiusa.

Ne consegue che se un Paese esporta 100 da qualche parte ci deve essere un altro Paese che importa 100.

Il saldo globale tra esportazioni e

importazioni è sempre uguale a zero.

Il modello mercantilista invece osanna i Paesi esportatori (creditori) e demonizza i Paesi importatori (debitori). Dimenticando che senza gli

importatori gli esportatori non potrebbero esistere. Quindi ci vorrebbe un equilibrio tra le due forze in gioco in modo tale da ridurre gli squilibri

commerciali tra le aree economiche.

Non dimentichiamo che le due grandi guerre mondiali hanno avuto origine proprio da forti squilibri commerciali tra Paesi.

Non a caso il Fondo monetario internazionale, istituto subito dopo la fine della

Seconda guerra mondiale, presenta tra gli obiettivi nel suo Statuto quello di ridurre gli squilibri commerciali tra le economie.

L‘attuale modello di globalizzazione che man mano che avanza snellisce i processi regolamentari (deregolamentazione) non fa altro invece che

favorire la crescita di un oligopolio di multinazionali che per aumentare il fatturato di anno in anno hanno bisogno costantemente di nuovi mercati e di nuovi debitori. In questo modo gli squilibri globali sono

destinati ad accentuarsi.

E questo è un fattore potenziale d‘implosione

dell‘attuale modello di globalizzazione che riscrive il diritto di mercato per i suoi interessi, e cioè lo deregolamenta.

Il secondo limite dell‘attuale modello di globalizzazione lo spiega molto bene Dani Rodrik, professore di Economia politica internazionale

all‘Università di Harward, quando parla del ―trilemma dell‘economia mondiale in base al quale globalizzazione economica, democrazia

politica e Stato-nazione sono tra loro inconciliabili. Secondo Rodrik possiamo avere in contemporanea al massimo due di queste cose.

La democrazia è compatibile con la sovranità nazionale, solo se mettiamo dei limiti alla globalizzazione. Se invece spingiamo sulla

globalizzazione (come sta accadendo oggi) e manteniamo lo Stato-nazione, dobbiamo rinunciare alla democrazia (e ai diritti che essa tutela).

E se vogliamo la democrazia insieme con la globalizzazione, dobbiamo accantonare lo Stato-nazione e impegnarci per una maggiore governance

internazionale. Rodrik – e personalmente condivido pienamente questo passaggio – propone di preservare democrazia e Stato-nazione e di

riscrivere la globalizzazione con nuove regole.

In modo tale da cambiare paradigma e passare dall‘attuale modello di globalizzazione

deregolamentata (con il mercato che scrive i diritti) a un modello di globalizzazione intelligente (con il diritto che scrive la storia e torna a scrivere le regole del mercato).

PATRIZIA DIOMAIUTO

Riproduzione Riservata ®

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...
Ti piace questo articolo? Condividilo: