Falso stupro a Torino: l’impari lotta tra Eros e Thanatos

Un'immagine allegorica del conflitto tra Eros e Thanatos

In Al di là del principio di piacere, Sigmund Freud, alle prese con l’elaborazione del concetto di coazione a ripetere, tratteggia i contorni di un altro, interessante concetto psichico, dagli ampi risvolti sia filosofici che sociali: la lotta –  o meglio il conflitto psichico – tra Eros e Thanatos. Il padre della psicoanalisi ipotizza in questa sede l’esistenza di due principi di base, meglio, due energie primordiali, che animano la psiche umana: una è la libido, l’Eros che dà la vita, che esprime in egual misura le qualità di amore e sesso; l’altro è Thanatos, la pulsione di morte, quella spinta violenta alla distruzione – e all’autodistruzione – che la vita la toglie, semplicemente succhiandole siero, riducendo a zero quello stato di eccitazione che tutti abbiamo almeno una volta provato, e che siamo soliti riferire come un generico “sentirsi vivi”. Eros e Thanatos sono due forze complementari: non necessariamente si escludono a vicenda, ma piuttosto si  alternano l’una all’altra nell’andirivieni della vita di ciascuno di noi. La salute mentale, potremmo dire, sta nella capacità di raggiungere uno stato di equilibrio, incostante ma osmotico, tra queste forze, in maniera tale che nessuna delle due prenda sopravvento sull’altra.

Proviamo ora a prendere questo interessante concetto psicoanalitico e applichiamolo alla cosiddetta psicologia delle masse (altro concetto freudiano): in parole povere, mettiamo il termometro psicologico alla nostra società, e cerchiamo di valutarne lo stato di salute. Io ci ho provato, e la colonnina di mercurio l’ho vista schizzare in alto; la mia personalissima conclusione è stata che viviamo in una società psichicamente ammalata. Per usare un’altra metafora, se immaginassimo di mettere pulsione di vita e pulsione di morte su due piatti di una bilancia, ci accorgeremmo immediatamente che questa penderebbe pesantemente verso il lato su cui poggia Thanatos. La nostra è una cultura votata all’autodistruzione.

Quello che è accaduto in questi giorni a Torino ne è un esempio lampante. Frutto di una degenerazione collettiva che vede Thanatos – pulsione di morte, spinta alla devastazione, abbandono alla violenza – trionfare su un Eros sempre più smembrato nelle sue componenti, sempre meno amore e sempre più sesso mercificato, o condannato come atto impuro, portato alle estreme conseguenze delle sue manifestazioni perverse. Mettetevi nei panni della ragazzina che la settimana scorsa ha denunciato un falso stupro per paura di confessare ai suoi genitori di aver ceduto a un bisogno naturale. Sesso. Fa quasi più paura da pronunciare oggi – figuriamoci da scrivere, da imprimere nero su bianco in maniera irreversibile: SESSO – che negli anni Cinquanta, quando l’imposizione dei tabù la rendeva per legge di diritto una vergogna da nascondere. Oggi il sesso non solo è rimasto un tabù, ma è anche un calderone di mescolanze, una coperta sotto cui si agitano mostri sconosciuti, dalle forme più impensate, che proprio per la loro poliedricità fanno ancor più terrore. Un sesso tabù, e insieme mercificazione di corpi privati di ogni valore.

Immaginate di essere figli degli anni Novanta: una generazione cresciuta davanti a una televisione sempre più scosciata, sempre più volgare, che il sesso lo grida con rabbia ma non lo sa spiegare, né tantomeno tutelare. Siamo figli del bunga bunga, gregari di parlamentari col vizietto dei trans e di premier che vanno con le minorenni, sbattendo la propria sessualità in prima pagina come una conquista di indipendenza, uno scandaloso, impudico diritto a mostrare orgogliosamente, con un orgoglio che si veste di esibizionismo e provocazione, ciò che dovrebbe restare quantomeno privato. Siamo figli di una cultura in cui le tendenze sessuali non sono più una questione di gusti – magari fosse così: dove c’è gusto non c’è perdenza! – ma semplicemente fanno tendenza. Il puttaniere fa tendenza – e fin qui niente di nuovo. L’omosessuale fa tendenza. Anche il vecchio pederasta e un po’ rattuso fa tendenza.

Immaginate di avere sedici anni oggi: di dover vivere, in questo stato di confusione totalizzante, un primo approccio alla sessualità. Il sesso non è più un atto spontaneo; ancor meno cammina insieme all’Amore, che si è smarrito chissà dove. Il sesso per un adolescente di oggi, magari un po’ sprovveduta, forse un po’ bigotta, è diventato qualcosa di cui vergognarsi. Non solo da non dire e basta, come si faceva prima, ma da dissimulare. Da ricoprire di perversioni, in un’ottica in cui dire “Sono stata stuprata” imbarazza meno che dire: “Ho fatto l’amore col mio ragazzo”.

È in queste condizioni di precarietà socialmente determinata che Thanatos trova terreno fertile per fiorire: lentamente si insinua, si sostituisce negli spazi di significazione lasciati vacanti dalla perdita di senso dell’Eros, diventa violenza cieca, dilagante, da dirottare verso il primo bersaglio utile. E chi meglio dell’Altro – inteso come altro da sé, lo straniero, il diverso – si presta a essere oggetto passivo della straripante forza di Thanatos?

Eros perisce lentamente, e nel suo appassire trasforma un’adolescente confusa e insicura da vittima in carnefice; Thanatos ne approfitta, e si trasforma in odio, prevaricazione, xenofobia. Sfocia nell’ingiustificata, assurda violenza di frange estremiste di un popolo che è altrettanto confuso, altrettanto insicuro, e che nel fuoco divampante dell’incendio appiccato a quel campo Rom trova l’ultima, simbolica speranza di una purificazione.

Il coraggio mancato di una ragazzina di confessare la propria normale sessualità ai genitori e l’appiccare fuoco a un campo nomadi sono due facce di una stessa medaglia, due tentacoli altrettanto pericolosi di una società che è psicologicamente instabile, che il bruciante calore della febbre sta pian piano corrodendo fin nelle ossa. Riflettete gente.

Giuliana Gugliotti

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