Bangladesh, dopo il crollo la rabbia dei cittadini di Dacca

E’ salito a oltre 3oo il bilancio dei morti per il crollo della palazzina di otto piani a Dacca, capitale del Bangladesh, avvenuto mercoledì scorso. Ora è corsa contro il […]

E’ salito a oltre 3oo il bilancio dei morti per il crollo della palazzina di otto piani a Dacca, capitale del Bangladesh, avvenuto mercoledì scorso. Ora è corsa contro il tempo per salvare le altre 300/400 persone che sono ancora vive, sepolte sotto le macerie. I soccorsi lavorano incessantemente nel tentativo di estrarre i superstiti. Finora sono state salvate 1.515 persone.

Al momento del crollo la struttura ospitava circa 3000 persone, per la maggior parte dipendenti di 5 diverse aziende del settore tessile, impegnate nell’esportazione di capi di abbigliamento. Subito la tragedia ha fatto scattare l’allarme sulle condizioni dei lavoratori del settore tessile in Bangladesh, sottopagati e costretti a lavorare in condizioni disumane e pericolose. Le organizzazioni umanitarie per la tutela dei diritti dei lavoratori puntano il dito contro l’amministrazione pubblica del paese, colpevole di mancati controlli sulla sicurezza delle fabbriche. Human Right Watch ha diffuso un comunicato stampa di denuncia sulle condizioni di lavoro nel paese asiatico.

Una tragedia “annunciata” che ha scatenato l’immediata reazione popolare. Da questa mattina una folla di persone, inclusi i lavoratori dell’industria tessile del Bangladesh, si è riversata nelle strade e nelle piazze di Dacca per protestare contro il crollo della palazzina. I media locali riferiscono di violenti scontri tra manifestanti e polizia, che hanno complicato e ritardato ulteriormente le operazioni di soccorso.

Intanto il dibattito sulla tutela dei diritti dei lavoratori continua, più acceso che mai.  E 28 euro al giorno (questa la paga media di un lavoratore del Bangladesh) sembrano davvero pochi per fabbricare capi d’abbigliamento perlopiù destinati ai grandi mercati globali dell’Occidente rischiando quotidianamente la salute e la vita.

G.G

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